Road to Valencia – Week #5 – Un 400m tutto da rifare - Francesca Tognoni
  • Road to Valencia – Week #5 – Un 400m tutto da rifare

    Nov 03rd • Posted in Run A Life

    Se sbagli una ripetuta da 400m, non è una tragedia. Ma la tragedia rischia di deflagrare se abbandoni il tuo sbaglio lasciandolo incompleto, ti allontani dalla pista con in bocca il sapore amaro di una sconfitta e non onori adeguatamente l’allenamento.

    Se sbagli una ripetuta da 400m, nella lista dei comandamenti della pista c’è solo una cosa da contemplare: rifarla. Non sarai vincitore, ma per lo meno, ne uscirai rafforzato nei muscoli e nello spirito.

    Ora lo so. Forse non mi capiterà più, ma almeno non mancherò più di rispetto alla pista.

    L’allenamento del mercoledì sera della quarta settimana prevedeva 4 km di riscaldamento e ripetute in pista 3×800 metri seguite da 3x400m con recuperi da fermi. Fin qui niente di strano, se non fosse che il tempo massimo consentito per le ripetute da 800 metri, comprensiva di recupero, fosse 6 minuti e 4 minuti, invece, per quelle da 400m.

    Per la serie, più corri veloce, più tempo hai per recuperare, anche se, il tempo del recupero sembra sempre infinitesimale rispetto allo sforzo, ma questa è tutta un’altra storia!

    Le ripetute da 800m erano, all’inizio, quelle che temevo di più, un po’ per la nomea da “Giro della Morte”, un po’ per il ricordo delle gambe attanagliate dallo sforzo in uscita dall’ultima curva prima del rettilineo finale. Invece, sono volate via tra un monito del coach a non strafare ed il gareggiare con Nik per non distanziare il coach.

    Alla fine degli 800m, mi sentivo talmente bene che in preda ad uno slancio insensato ho detto: “Bhe di 400m se ne potrebbero fare 4!”

    Pazza. Chissà consa vessi in mente. Forse la mente cominciava già ad essere annebbiata.

    Il primo 400m l’ho iniziato in pieno slancio. Gambe altissime e falcata rotonda. Dopo 150m le ripetute da 800 metri hanno cominciato a far sentire i loro “benefici”. La prima ripetuta l’ho finita bene, nonostante tutto, ma ricordo che il recupero non mi è sembrato adeguato allo sforzo.

    Sulla linea di partenza della seconda ripetuta da 400m ricordo perfettamente di aver pensato: “Non ce la faccio!” ma sono partita comunque di slancio cercando di protrarre, per quanto possibile, la sensazione di leggerezza delle gambe, ritardare il più possibile la sensazione di stanchezza e dovermi, invece, affidare ai piedi, alle braccia e alla testa per completare il resto fino all’arrivo. Ce l’ho fatta ugualmente, mi sono ripresa e mi sono ripresentata sulla linea di partenza.

    L’ultima ripetuta. La massima espressione del “Per tutto quel che rimane!” o del “Dai tutto, tanto poi è finita!”. Sono partita bene, lo sentivo, forse un po’ troppo in spinta, ma bene per essere l’ultima. Ai 100m ero attaccata al coach e proiettavo lo sguardo verso i 200m senza indugio sapendo che il peggio si insinuasse a metà della curva. Passati i 200m le gambe si sono impiantate, ho stretto i denti, ma alla fine della curva, poco prima dei 300m, Nik si è sfilato da dietro, mi ha superato slanciandosi, con l’allenatore verso il traguardo.

    Li ho guardati partire verso l’ultimo sprint e ho fatto quello che non dovrei fare mai: ho mollato.

    Con un passo verso l’interno, ho abbandonato la pista. Lo sguardo verso il traguardo ed il fiato corto. Ho fatto un lungo respiro, forse due. Sono rientrata in pista e mi sono diretta verso il traguardo “trotterellando”.

    Il coach, arrivato in fondo, si è girato e mi ha vista ripartire. Mi ha lasciato arrivare, ha continuato a riprendere fiato e proprio quando io pensavo mi dicesse di andare verso la sbarra a fare stretching mi ha detto: “Bene, adesso io e la Fra rifacciamo quest’ultimo 400m, tu Nik ci segui o fai un giro di defa.” Io devo aver spalancato gli occhi accennando un: “Ma no…” Il coach è stato severo, ma giusto: “Hai mollato, non dovevi mollare, al massimo rallentare per riprendere fiato e ripartire. Ma mollare no.” Non ho più replicato. Non aveva tutti i torti. Ho ripreso fiato in attesa del segnale per riallinearmi sulla linea di partenza.

    L’ho rifatto. 400m non sono infiniti. L’ho rifatto e non solo non ho mollato come il penultimo, ma l’ho chiuso qualche decimo di secondo in meno rispetto ai precedenti terminati.

    Ho mollato, non perché non ne avessi più. Ho mollato perché non ci ho creduto fino in fondo e non ho lottato per crederci fino in fondo. Finire l’allenamento senza rifare la ripetuta avrebbe lasciato un conto in sospeso, una ferita, un precedente che non è mai opportuno avere con la pista se la si vuole frequentare almeno una volta alla settimana. Rifarlo è stato un segno di onestà. Ammettere la propria debolezza, ma non voler cedere al semplice “Non ce la faccio!”

    Una volta rifatto, al viso soddisfatto del coach è seguito l’abbraccio di chi si abbandona e si fida di colui che capisce senza chiedere, comprende senza indagare e rinfranca facendo il suo lavoro con passione.

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