Road To Valencia – Week #3 - La confortZone del Riccio - Francesca Tognoni
  • Road To Valencia – Week #3 – La confortZone del Riccio

    Oct 15th • Posted in Run A Life

    La terza settimana si condensa tutta nell’esperienza galvanizzante di mercoledì sera. Il coach aveva già previsto una parte, ma la natura ha rinforzato il messaggio. Noi ci siamo lasciati guidare.

    L’allenamento prevedeva 12 salite da 100 metri scambiate, all’ultimo, con una serie di 15 da 80 metri seguite da 2 chilometri di trasformazione. Poco prima della metà delle ripetute, a metà percorso, avvistiamo un esserino seminascosto nell’oscurità spinto a muovere timidi passi solo quando aveva la parvenza di essere solo. Lo abbiamo immediatamente scambiato per un topo, ma le dimensioni ridotte restavano sospette e, alla sesta ripetuta, il nasino tondeggiante ha tradito la sua vera natura. Non si trattava di un topo bensì di un riccio. Intimorito e spaesato si muoveva incauto lungo il tracciato delle ripetute diretto verso la strada. Il suo vagabondare senza meta lo rendeva appetibile a chiunque, passando di lì, lo scambiava per un topo per poi avvicinarsi, ma nessuno osava toccarlo anche perché lui si raggomitolava su se stesso inarcando gli aculei ogni qualvolta fiutava il pericolo. Ad ogni ripetuta lo tenevo d’occhio. Ad ogni ripetuta speravo non prendesse l’incauta decisione di addentrarsi verso la strada. Ad ogni ripetuta, Nik ed il coach spingevano sempre più forte, mentre io rimanevo qualche metro indietro cercando di dosare le forze per la trasformazione. Terminate le salite, l’ho ritrovato mentre fiutava l’aria dal muretto del marciapiede. Mi sono avvicinata e gli ho detto: “Non puoi saltare da qui, fai il bravo, torna indietro.” Anche con me la sua ritrosia è stata senza alcuna esitazione: ha chinato il capo, inarcuato la schiena addentrandosi nel suo mondo sicuro. Appena mi sono allontanata per fare un po’ di stretching prima della trasformazione l’ho visto fare dietro front e optare per una passeggiata sull’erba verso il centro del parco. Non che io sappia parlare agli animali, ma credo che il buon senso abbia prevalso sulla novità, nonché la sicurezza di un luogo ormai conosciuto.

    A quel punto il coach ha guardato l’orologio e sentenziato: “Ok partiamo pianino per finire in progressione, ma tu resta attaccata!” Siamo partiti in fila indiana con Nik che chiudeva la carovana. Sprovvista di orologio, ma dotata delle coordinate necessarie per capire la durata del percorso, mi sono affidata. Le gambe giravano bene anche se attendevo, da un momento all’altro, il conto salato delle salite. In qualche modo, affidandomi ho scelto di concentrarmi solo sul passo, sulla distanza e il ritmo. Non ho permesso a niente e nessuno di intromettersi tra la mia faccia e la sua schiena. Lui rallentava io rallentavo, lui accelerava io acceleravo. Anche quando, passata la farmacia, avrei potuto cedere alla stanchezza ho tenuto il passo, quando Nik mi ha superata avrei potuto scoraggiarmi, ma ho continuato a spingere, fino alla fine. Fino a scoprire di aver portato a casa la trasformazione più veloce di sempre.

    Alla fine, noi non siamo molto diversi dal riccio.

    Piuttosto che addentrarci verso velocità sconosciute e risultati insperati, preferiremmo, come il riccio, continuare a correre con la nostra andatura di crociera convinti che tutto sia comunque meglio che restare fermi. Non inarchiamo la schiena e aguzziamo gli aculei come il riccio, ma ci convinciamo che i nostri limiti siano, in realtà, un porto sicuro. Mercoledì sera, varcando la soglia di una trasformazione assai più veloce degli ultimi allenamenti, il coach ci ha mostrato che siamo già in grado di correre i lunghi domenicali con altre velocità. Ci ha mostrato che uscire dalla nostra conforzone non è niente male, anzi, al contrario, assai più gratificante.

    Grazie per la lezione coach! Grazie per la lezione riccio!

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