Milano City Marathon | Ha più valore Condividere!

Milano City Marathon | Ha più valore Condividere!

Quest’anno la Milano City Marathon mi ha sorpresa insegnandomi che per ogni cosa c’è una prima volta e che il valore che associamo alle nostre esperienze è unico, inviolabile e a volte incomprensibile.

Il valore della corsa è elevato per ogni singolo runner. Ogni gara, ogni uscita, ogni traguardo ha per ogni runner una valenza inestimabile. Poche esperienze la uguagliano e la preziosità varia a seconda dell’individuo, del suo stato d’animo e del bagaglio di esperienze che ciascuno porta con sè mentre corre. Chi non corre non la crede possibile, chi ha smesso la conosce, ne sente la mancanza e cerca di ricrearla in qualche modo.

Il valore della corsa aumenta se condiviso. Nonostante le differenze di ogni runner, la portata valoriale aumenta esponenzialmente. Non c’è vincitore né vinto. Non c’è meglio o peggio, non c’è mio o tuo, ma solo la somma delle emozioni. Gioia pura che si manifesta.

Chi crede che la corsa sia uno sport solitario, non vede al di là del proprio naso, si sofferma al particolare del singolo runner e perde di vista la visione completa. Quando sei abituato a condividere, quando parteci ad un evento come la Maratona, percepisci la totalità all’interno della quale il singolo si immerge per uscirne più forte, più convinto della sua passione, più stimolato a dare il massimo e a valicare quelli che crede essere i suoi limiti.

Quando sei abituato a condividere, i traguardi che raggiungi in solitaria sono importanti, ma il gusto è insipido. Arrivi al traguardo, ti guardi intorno e capisci che il tuo sorriso non ha la stessa estensione perché la tua gioia non è completa.

Quando abbiamo deciso di iscriverci alla Relay della Milano City Marathon con la onlus L’Abbraccio Onlus, il coach mi ha detto: “Sto organizzando le staffette. Metto te e Nik nella stessa staffetta così correte due frazioni consecutive e riuscite a fare i chilometri in programma. Poi…non si sa mai che la volta che vi metto insieme io, non pensiate voi a dividervi!”

Il coach vede lungo, dovrei saperlo ormai.

Invece, ho sorriso in silenzio perché la questione è annosa e dura ormai da anni. Sono io che freno lui, è lui che inibisce lo stimolo ad andare oltre? Sono io che mi stanco e mi blocco oppure è lui che conoscendo i miei limiti sa quando rallentare? Domande che ci pongono, che ci siamo posti e alle quali abbiamo sempre risposto: “Abbiamo cominciato insieme, ci piace farla insieme, per noi ha valore se fatta insieme. Costi quel che costi!”

La Maratona mi ha insegnato che c’è sempre una prima volta.

Domenica mattina, durante il riscaldamento, ero troppo impegnata a cercare di capire lo stato del mio polpaccio e verificare che l’allacciatura delle scarpe fosse corretto per rendermi conto di quella che avrebbe potuto essere la mia andatura. Andavo piano come consigliato dal coach ed ero un po’ preoccupata, lo ammetto. Mi preoccupava il tempo instabile, l’umidità dell’aria, il tempo di arrivo, la lunghezza del percorso che da via Caprilli ci avrebbe portato all’arrivo.

In attesa di Federico, cercavo di guardare i maratoneti per incitarli e riconoscerli. Ho letteralmente urlato a Running Charlotte che ho riconosciuto dalle trecce! Ho incitato chi spingeva carrozzine e mi sono lasciata attraversare da un brivido alla vista dei runner in handbike. Un misto di emozioni che si decifrano solo in un modo: adrenalina iniziale.

Avvistato Federico, ho impugnato il chip, dato uno sguardo a Nik alla mia sinistra, e sono partita. La folla dei cambi è peggio di un gel energetico ad altissima concentrazione. Non corri, ma sei semplicemente sospinto dall’energia e dalla competitività.

Alla prima rotonda, Nik già mi ammoniva a non bruciare tutto subito a dosare bene le andature e le energie. Duravo qualche centinaio di metri, ma poi mi ritrovavo a spingere come l’inizio e di nuovo ammonimenti miei e suoi.

Il polpaccio non dava segni di sofferenza, le ginocchia neppure e quando la pianta dei piedi reclamava stringhe troppo strette veniva accontentata con uno sbilanciamento ulteriore verso la parte anteriore del piede. La testa aveva suddiviso equamente il percorso in modo da non cadere in tentazione di sentirsi stanca. Venti chilometri suddivisi in 4 “tranche mentali”: 5 più 5, arriva a 37 che poi ne mancano solo 5. Sembra demenziale, ma mi aiuta a tenere testa alla mente che in queste situazioni sarebbe capace di inventarsi ogni scusa possibile per sentirsi stanca e farmi gettare la spugna.

Nessuno poteva lamentarsi, ognuno aveva le condizioni ideali.

Fino alla fine della terza frazione, l’andatura seguiva un ritmo che definirei a strappi. Cercavo di regolarizzare il passo, ma sentivo che l’andatura corretta era quella che mi faceva spingere un po’ di più. Ogni tentativo di rallentare, mi faceva sentire più stanca. Andavo, mi giravo in cerca di Nik che rimaneva a tre metri di distanze e ripartivo inconsapevole a spingere.

All’inizio della Gallaratese, il divario ha cominciato ad aumentare e l’andatura a strappi continuava, ma con maggiore fatica. Nik era visibilmente stanco e affaticato, il dolore al ginocchio non lo facilitava insieme al caldo improvviso che ci aveva sorpreso.

All’imbocco di viale Certosa l’ho affiancato e mi detto con tono perentorio: “Fra vai!! Se devi andare, vai! Io abbandono a Domodossola. Prendo la metropolitana.” Ricordo di averlo guardato con il terrore, di avergli detto “Nooo!”, ma lo sguardo di risposta mi ha fatto capire in un attimo le ragioni per cui era meglio andare.

Non volevo litigare. Non credevo fosse capace di farlo. Non ho scelto io, ma hanno scelto le gambe. Hanno cominciato a spingere, mentre la testa iniziava le sue dissertazioni e le sue valutazioni.

“Non si fermerà. Ma è stanco e gli fa male il ginocchio. Avrei potuto stare con lui, ma il chip? Se torno in metropolitana, invalido la gara anche agli altri. Tocca a me il compito di portare a termine. Guarda, sei all’Arco della Pace, a sinistra c’è l’Arena, poi giri a sinistra passi davanti alla Fondazione Feltrinelli, sali, scendi, risali, una curva destra e sei arrivata. Ce la puoi fare.”

All’altezza di Domodossola, ricordo di essermi girata per cercare di vedere se si fosse veramente fermato, ma l’avevo perso di vista. Ho cercato la concentrazione, ho stretto il chip e ho seguito le gambe.

La variante nel parco ha messo a dura prova la mia testa, per fortuna ho incontrato Giovanna intenta a fare le foto. Un sorriso che mi è valsa altra adrenalina utile per un altro sprint. Gli ultimi pezzi di pavè hanno cercato di minare l’integrità dei miei piedi e delle mie gambe. Rallentavo per cautela e poi riprendevo.

L’entusiasmo dell’arrivo mi ha fatto mangiare l’ulitma salita mentre la discesa mi ha dato il giusto slancio per affrontare la curva verso destra e arrivare al traguardo in spinta, concentrata e sola.

Per la prima volta, ho tagliato il traguardo da sola, fermato il Garmin e mi sono guardata intorno. Ero immersa in una folla assordante di gente in festa, ero arrivata eppure mi mancava un pezzo. Ero contenta del ritmo, di averla completata, ma mi mancava il valore di aver condiviso quel traguardo. Non avevo avuto l’arrivo mano nella mano, non avevo la foto di rito di un’impresa portata a compimento insieme. La profezia del coach si è avverata.

Per la prima volta, ho provato il valore di qualcosa portato a compimento da sola. Ho gioito, ma non mento se ammetto che mi è venuto il magone, ho impugnato il cellulare per sapere se avesse preso veramente la metropolitana o avesse lottato comunque fino alla fine . Nessuna risposta. Non aveva ceduto. Qualche minuto dopo l’ho visto arrivare.

Nonostante la malinconia, sono convinta che sia stato meglio così. Se non avessi dato spazio alla sua rabbia di infondergli la forza di arrivare fino in fondo, avremmo litigato perché ognuno in quel momento è già in lotta con se stesso. Avremmo rotto il ritmo dell’andatura, ci saremmo fermati e magari avremmo entrambi ammutinato la gara. Sono convinta che dovevamo passare anche da questa tappa per riassaporare il sapore della nostra Maratona e accrescere il valore dei nostri traguardi.

Il valore di un arrivo in coppia è inspiegabile. Se il traguardo dona il senso di potenza, la possibilità di arrivare mano nella mano con qualcuno che condivide il tuo stesso percorso, che conosce le difficoltà, le lotte quotidiane contro il tempo e contro tutti è per me qualcosa che va al di là di ogni parola. E’ un brivido lungo la schiena, è l’adrenalina esaurita che si rinnova, è linfa vitale che scorre e genera energia, vita e passione per tutto quello che si sta affrontando. Ancora meglio se al raggiungimento di un traguardo segue un ristoro con gli amici e la tangibile passione di chi dona la propria vita per aiutare gli altri come gli amici de L’Abbraccio Onlus.

Per chi non l’ha ancora provato, garantisco io….c’è sempre una prima volta.



PH by Giovanna Cardella & Francesca Tognoni | Tutti i diritti sono riservati

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LifeRunner, maratoneta che corre nello sport, come nella vita. Allenandomi ho scoperto il potere della fatica, della mente e della voglia di farcela. Come LifeRunner racconto le mie avventure sportive, i libri e le persone che mi sorprendono, ma anche i viaggi che mi permettono di scoprire il mondo correndo. Credo nel potere comunicativo dello sport e spero di essere un supporto per chiunque condivida questo punto di vista.