Maratona di Stoccolma | Coraggio, Determinazione e Squadra

Maratona di Stoccolma | Coraggio, Determinazione e Squadra

Dopo la laurea, Stoccolma è stata la città ideale per un weekend con la mia famiglia, giusto qualche mese prima che mi sposassi. Peccato che non me la sia goduta al punto da confermare la mia affezione. Sarà stata la scelta del mese di Ottobre o forse, più probabilmente, sarà stato che avrei voluto essere a New York!

Da sabato 3 giugno 2017, Stoccolma ha conquistato un ruolo importante rappresentando la città della determinazione, della forza di volontà o, più semplicemente, di quelli che mi piace definire i chilometri del cuore.

Decidere di correre la Maratona di Stoccolma in un momento in cui il lavoro richiedeva il massimo impegno e le vicissitudini personali erano pronte a mettere a dura prova la pazienza nonchè la resistenza fisica e psicologica è stata una scelta coraggiosa. Interrompere gli allenamenti nel periodo carico per poi racimolare le forze per cercare di recuperare più chilometri possibili, senza infortunarsi, ha dimostrato nuovamente l’audacia, ma anche la voglia di mettere il cuore oltre l’ostacolo.

La gara non poteva che essere la degna rappresentazione di tutto questo.

Prologo

Da qualche settimana Nik accusava una forte infiammazione al ginocchio sinistro. In alcuni casi, il dolore sembrava gestibile, in altri, lo costringeva ad un’andatura quasi claudicante. Durante i 36 chilometri è rimasto completamente silente grazie ai trattamenti di Ale, per poi farsi sentire insistentemente nelle settimane successive. Siamo partiti per Stoccolma carichi di speranza che la situazione di quiete si ripetesse, ma impauriti che il dolore, invece, rivendicasse un ruolo da protagonista.

Al ritiro dei pettorali e nelle ore successive, Nik celava benissimo il suo timore lanciandomi solo delle laconiche domande: “Se io non ce la dovessi fare, tu continui vero?” Prontamente io non rispondevo.

La prima volta che ho percepito chiaramente il suo stato d’animo è stato alla griglia di partenza, quando, di solito pronunciamo la nostra frase motivazionale tratta dal discorso (esattamente al minuto 14:40) di Joe Biden per la bomba alla Maratona di Boston. Voce fievole, poco convinta, memoria labile.

Mancava una manciata di minuti a mezzogiorno. Eravamo in griglia.

Atto I – La partenza

Alla sinistra dello Stadio olimpico di Stoccolma, alle 12 in punto siamo partiti davanti ai pacer delle 4 ore, distanziandoli lungo il primo rettilineo perché i loro palloncini si erano pericolosamente intrecciati e non riuscivano più a districarli. In quel momento, l’entusiasmo misto all’energia di un fiume di runner ha reso tutto più piacevole, attenuando l’ansia per la quantità di chilometri ed infondendo un po’ di calore in una giornata dal cielo plumbeo che minacciava pioggia.

Il percorso ha rivelato fin da subito la sua natura non del tutto regolare: una discesa piuttosto lunga seguita da falsi piani, ma ancora niente in confronto di quello che ci aspettava. Fiducioso Nik mi ha detto: “Ok, dovremmo riuscire a governarlo, soffro solo in salita e in discesa.” Ricordo di aver pensato in positivo perché il percorso come l’avevamo studiato avrebbe dovuto avere una natura piuttosto pianeggiante.

I primi 4 chilometri sono trascorsi veloci perché la folla si è diradata immediatamente permettendoci di trovare il nostro passo. L’accoglienza della città di Stoccolma era sorprendentemente calorosa e la gestione del pubblico era disciplinata esclusivamente da i volontari con la pettorina gialla. La città era in festa. Le famiglie si erano attrezzate per improvvisare pic nic in ogni angolo verde, i cuochi del festival culinario avevano abbandonato le loro postazioni solo per venire ad assisterci e sostenerci con un “Heja oh!”

Al quinto chilometro, il percorso ha mostrato la sua vera natura.

La strada lungo il canale intorno alla città vecchia faceva una curva a destra per nascondere una salita abbastanza irta che si divincolava in una serie di curve più meno dolci verso la collina. In cima, motivati dalla stazione radio, iniziava quello che aveva solo la parvenza di un rettilineo in piano, ma che non era niente di meglio se non un falso piano lungo due chilometri. Alla sua sommità, un’altra curva sinistra nascondeva di nuovo una salita, più irta della prima, seguita da una discesa subdola. La strada voltava nuovamente a destra alla fine della discesa per mostrare un muro in tutta la sua estensione. Un ponte da affrontare con passo lento, ma deciso, come quello che si usa sulle ripetute in salita da 300 metri. Peccato che il ponte a schiena di mulo durasse un chilometro e mezzo!

Ai piedi del ponte muro, un gruppo esuberante di ragazzi esultava ed incitava la folla con cartelli esplicativi: “Fuck the bridge!”. Degli stendardi alti forse tre metri, invece, issati ai lati del ponte segnalavano il count down dei metri alla fine della salita. Simpatici gli abitanti di Stoccolma!

Sembra poco? L’aggravante era la certezza di dover affrontare di nuovo il tutto dal trentesimo al trentaquattresimo chilometro. Una doppia passeggiata di salute che la città di Stoccolma ci riservava.

Quando abbiamo imboccato la discesa dal ponte, mi sono girata perché Nik era rimasto qualche metro da me. L’ho guardato e mi ha fatto un cenno con la mano per dirmi di rallentare. Aveva una smorfia sul viso, ma sapevo che le salite le patisce sempre per cui non ho dato troppo peso e ricordo di aver pensato: “Nik non possiamo calare ora, è troppo presto!”

Incuriosita dal parere di un altro runner che suggeriva a Nik di sollevare meglio il ginocchio, mi sono messa dietro di lui per controllare la sua andatura, non fluidissima, ma normale per i suoi standard. Lui mi ha rassicurata: “Sto soffrendo, ma non lotto!”

Nel frattempo il percorso sembrava darci un po’ di tregua.

Atto II – Motivazione e Lotta

Intorno a noi la festa della città continuava chilometro dopo chilometro senza lasciarci soli un attimo. Come mio solito, mi ero messa a salutare chi era affacciato alle finestre o chi, nell’abitacolo delle auto, aspettava pazientemente il turno per passare. Niente. Nessun broncio, ma tutti sorridenti ed entusiasti di partecipare, a modo loro, ad una delle feste più importanti della città.

Al quattordicesimo chilometro, ho provato: “Nik, hai male? Lascialo andare. Il male c’è. Non è lui a seguire te , ma sei tu che se ti aggrappi a lui e sprofondi. Cerca di lasciarlo andare e gustarti tutta quest’atmosfera! Elevati dal dolore e cerca di goderti le emozioni e lo spettacolo.”

Per qualche minuto, mi ha ascoltata, ma dopo poco è ripiombato nella sua lotta interiore. In quei casi so che devo agire con molta cautela. Devo parlare, ma non troppo, devo piuttosto tacere ed aspettare. E’ un processo personale. La maratona è personale. Per quanto tu la condivida con un’altra persona e con migliaia di altre persone, è una faccenda personale.

Mi sono solo assicurata che non stesse peggiorando, che non necessitasse di un pezzo di banana e che seguisse la sequenza degli integratori.

Il lungo rettilineo che attraversava Stoccolma nella sua larghezza, dal quindicesimo al diciottesimo chilometro, per portarci verso la campagna era un’esplosione di entusiasmo. Speravo che avesse un po’ di influenza positiva prima di affrontare la solitudine della campagna.

Atto III – La campagna di Stoccolma

La mattina della gara, mentre cercavo di memorizzare il percorso, avevo capito che la parte più dura sarebbe stata il tratto da percorrere in aperta campagna, dal diciottesimo al ventisettesimo chilometro, prima di ricongiungerci con il centro della città ed affrontare di nuovo l’ascesa al muro.

Pur non avendolo mai percorso, avevo provato ad immaginarmi le eventuali sensazioni di crisi nel tentativo di percepirle sul nascere e prendere le dovute precauzioni.

Quando ho voltato lo sguardo a sinistra, imboccando il primo tratto di strada bianca, ho visto la vastità di prati verdi costellati da recinti per cavalli, ho capito che forse non mi sbagliavo e che quei chilometri avrebbero richiesto tutta la mia forza mentale.

Al passaggio della mezza, ho sbirciato l’orologio quasi a conferma della maledizione della mezza al di sotto delle due ore. Niente da fare! Tutto si conferma e tutto si ripete.

La smorfia sul viso di Nik era ormai diventata una costante aggravata forse dal fatto che il percorso piuttosto nervoso di quel tratto peggiorava la fluidità della sua andatura.

Forse il vento, forse la distesa di verde ha cominciato a mitigare la sua lotta contro il tempo ed il tempo target che portava iscritto sulla fascetta al polso. Io cercavo di essere una presenza discreta. Lo affiancavo, poi mi distaccavo cercando di correre un po’ al mio ritmo per poi rallentare ed aspettarlo.

Non so dire esattamente se sia stato per la preoccupazione per Nik, grazie alla musica delle band disseminate lungo il percorso, o per l’influsso positivo del colore verde ma, inaspettatamente, quei chilometri sono volati. Il segnale del venticinquesimo chilometro mi ha rincuorata. Le vie hanno cominciato a tornare affollate, le urla delle persone sulle giostre ci raggiungevano quasi ad echo della nostra avventura. Una sposa timida ed impacciata regalava sorrisi a chi le augurava “Good Luck!”

Imboccato il rettilineo che costeggiava il porto, mi sono affiancata nuovamente a Nik.

Io:“Nik se vuoi ci fermiamo.”

Nik:“No. Non so cosa ci sia oggi, non riesco a spingere più di così!”

Io:“Ok, andiamo così. Corriamo quando vuoi e puoi correre e camminiamo quando vuoi camminare. Fa niente. Siamo qui, ricordati cosa ha detto Giovanna. Correre è un privilegio. Godiamocelo.”

Da quel momento penso di aver dato sfogo a tutta la mia esuberanza, a tutto il mio entusiasmo a tutta la mia fantasia per godermi la folla, divertirmi con loro nel tentativo di far sbiadire la sua smorfia e farlo sorridere. Anche perché….la grande salita ci stava correndo incontro di nuovo.

Ho battuto tutti i Gimme Five possibili, ho incitato i bambini a porgere la mano al mio Man in Black, ho cercato di mimare YMCA mentre correvo, ho avvicinato il sosia di Mago Merlino ed ho incitato la folla ad urlare più forte per farci sentire il suo entusiasmo.

Mi chiedevo dove trovassi le forze, temevo la mia crisi, ma continuavo a dirmi di non ascoltare i miei pensieri perché se fossi entrata anch’io in crisi non ne saremmo usciti vivi.

Atto IV – Fuck the bridge

Ai piedi del grande muro, ho smesso di fare il giullare ed ho fatto appello a tutte le mie forze ed il mio amore per le salite. Sguardo basso, fisso sul asfalto, passo più leggero, marce ridotte e sono partita. Dopo qualche metro, con la coda dell’occhio, colgo l’inaspettato. Nik non solo mi ha affiancato, ma sta spingendo come non mai.

Mi perdonerete se sono onesta?

Io: “Cosa caxxo stai facendo adesso?”

Nik: “Mi sono rotto, sono incaxxato nero e a questa salita voglio fargliela vedere io.”

Io: “Rallenta! Non c’è il traguardo in cima!”

La pazzia del ponte avrà pur rischiato di metterci in pericolo, ma per lo meno ha sbloccato la situazione. La smorfia sul viso si era leggermente appianata non tanto perché il dolore fosse diminuito, ma perché la realizzazione dei chilometri che mancavano rispetto a quelli già percorsi aveva aperto lo spiraglio di farcela davvero.

Nonostante l’andatura a dir poco claudicante, il tratto finale è stato davvero quello che ci siamo goduti di più. Intorno a noi c’erano solo persone che, come noi, avevano affrontato le loro paure ed erano arrivati lì con la sola determinazione. Un ragazzo correva a piedi nudi con le scarpe in mano perché le vesciche gli avevano devastato i piedi. Lo abbiamo affiancato e solo dicendogli: “You’re Great!” ci ha sorriso, ci ha agganciato e non ci ha più mollato fino al traguardo.

Sotto il simbolo del quattordicesimo chilometro, ho avuto un attimo di defaillance perché non avevo notato lo svincolo verso il traguardo. Per un attimo ho pensato davvero di non essere arrivata neanche a metà. Invece, il falso piano che voltava a sinistra lasciava intravedere la sagoma dello stadio di Stoccolma.

Sebbene non fosse gremito, l’ingresso allo stadio ha avuto lo stesso effetto di un boato che esplode nelle orecchie e nel cuore. Ho fatto solo in tempo a sentire Nik che mi dicesse: “E’ tutto per te!” perché poi non ho più capito niente.

Quei metri di pista mi hanno riportato alla memoria tutti i mercoledì sera, quando, alla mia destra, il coach mi ha tirato il collo, mi ha spinto poco alla volta un po’ oltre, mi ha fatto sfogare le brutte notizie così come abbiamo onorato, con grandi tempi, le giornate più serene. Quei metri di pista sono stati la realizzazione concreta di una scelta di coraggio, di una pazzia cullata per mesi, allenata come era possibile farlo e realizzata esclusivamente mettendo il cuore oltre l’ostacolo.

L’epilogo

Qualcuno mi farà notare che non c’è stato PB, che non sia stato registrato alcun miglioramento al crono della gara. E’ vero. Mentirei se dicessi che non mi sia dispiaciuto, ma mentirei altrettanto se dicessi che lungo quel percorso il traguardo sia stato tutto tranne che ovvio. 4 ore e 41 minuti non sono PB, ma la Maratona insegna l’umiltà e la pazienza.

Qualcuno mi farà notare che non abbandonare Nik “buttando” all’aria i mesi della preparazione sia stata una scelta sciocca, ma avreste mai abbandonato qualcuno dolorante dal dodicesimo chilometro sapendo che se la situazione fosse stata invertita lui non l’avrebbe mai fatto? Io sono fiera della sua determinazione, ma sono altrettanto fiera dell’entusiasmo e l’energia che ho elargito e che mi ha travolto.

Non tutti capiscono il gioco di squadra. Per noi, la Maratona di Stoccolma è stata una scelta di coraggio di squadra. Solo un gioco di squadra ti permette di mettere in campo tutta la perseveranza necessaria per rendere l’impossibile possibile, possibile il probabile, e il probabile certo.

Solo il gioco di squadra, dopo solo pochi giorni dal traguardo, ti permette di pensare al prossimo obiettivo con rinnovato slancio e genuina voglia di correre!

Credits Fra & Nik | All rights are reserved

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Francesca, Sportblooger e Maratoneta che corre nella vita di tutti i giorni, per sport, ma soprattutto per assaporare ogni attimo di vita. Run A Life è il personalissimo percorso per celebrare ciò che c’è ed esiste per ignorare tutto quello che sembra mancare. La Vita è una corsa, la corsa è la Vita. Uno spazio per condividere avventure sportive, libri, video e personaggi che lasciano un segno ma anche i viaggi intrapresi per lavoro o per il semplice piacere di correre per le strade del mondo.