Lo sci e l’arte dell’incoscienza

Lo sci e l’arte dell’incoscienza

Vi siete mai accorti di quanta incoscienza sia necessaria per sciare? Onestamente, chi si butterebbe giù dalla montagna su delle lamine lustrate appositamente per scivolare il più velocemente possibile su una superficie ghiacciata? Mi sono fatta la ragionevole convinzione che sia pura incoscienza. Un interruttore che automaticamente si attiva non appena si raggiunge il bordo della pista.

Nicola ha smesso di sciare dopo che ci siamo sposati. Ha appeso gli sci al chiodo in garage e messo gentilmente da parte gli scarponi regalati dai miei genitori. Non è scoccata la scintilla. Negli anni, i tentativi sono sempre stati sofferti. Sulle piste lo vedevi sudare non tanto per lo sforzo fisco, ma per l’impegno di un risk assessment costante.

Al contrario, io sono cresciuta sugli sci. Mi hanno messo sugli sci a 4 anni e da allora, d’inverno, ogni domenica era dedicata alla scuola di sci. Abbiamo persino passato un’estate a Livigno dove io e mio fratello, alle 7 di mattina, prendevamo un minibus direzione ghiacciaio del Bernina per le nostre lezioni di sci. Una passione di famiglia che si è piegata ai crescenti impegni sociali degli anni Universitari, ma che rimane latente pronta a tornare rinvigorita non appena mi avvicino alla neve.

Non mi sono lasciata frenare dalla scelta di Nicola. Ogni volta che possiamo scappiamo in montagna a Santa Caterina Valfurva e io mi ritaglio qualche ora per sciare in completa solitudine.

Mentirei se negassi le sensazioni di timore che ogni volta mi invadono nell’attimo prima di mettere gli sci. Mentre mi vesto ed indosso gli scarponi vengo assalita dagli stessi dubbi che nutrivo da piccola all’inizio di un nuovo inverno. “Sarò ancora in grado di sciare?” “Mi divertirò come la scorsa volta oppure sarò legatissima nei movimenti?” “E se non sono più capace?”

Passo la prima ascesa in seggiovia cercando di distrarmi con il paesaggio. Il passaggio dalla seggiovia al primo skilift è davvero imbranato. “Dove vanno le bacchette? Come vanno questi sci? Ho chiuso bene gli scarponi?” Sullo skilift ripasso a sommi capi la teoria e passo in rassegna tutte le cose che potrei rompermi o rovinarmi e le implicazioni private e lavorative alle quali dovrei eventualmente far fronte. Per gli affezionati dei film di Walt Disney come me, in quei momenti mi sento esattamente come il protagonista del capolavoro intitolato: Pistaaaa arriva il gatto delle nevi. Ogni volta che lo rivedo mi sbellico dalle risate!

Arrivata in cima, tiro un sospiro di sollievo. Mi guardo intorno, mi sistemo, parto e tutto svanisce.

In un attimo, sono la ragazzina che passava sulle piste l’intera giornata, senza sosta a consumare lamine e inghiottire chilometri di pista divertendosi da sola o con gli amici. Mi sento libera. Estremamente libera e completamente scevra da ogni timore. Mi sento felice. Talmente felice da ritrovarmi a cantare a cuor leggero al ritmo delle curve. Mentre affronto la nera creata in onore di Deborah Compagnoni non mi interessano i rischi ma solo la foga di portarla a termine tutta d’un fiato, senza fermarmi, senza dare tregua ai quadricipiti o ai muscoli preposti per tenere a bada gli sci. Da quando ho scoperto poi che mio papà tiene i suoi tempi sulla stessa discesa, è nata una sana competizione inconsapevole. All’arrivo o sulla cabinovia, gli mando i tempi ed attendo i suoi commenti per scegliere cosa fare una volta arrivata in cima o ripensare qualche passaggio.

Il senso di libertà è direttamente proporzionale alla velocità e all’impegno nell’imprimere la giusta forza, trovare l’esatto equilibrio tra velocità e stile. Un’alchimia perennemente perfettibile e quindi a dir poco esaltante. L’incoscienza è strettamente legata al senso di libertà. Insomma, un circolo vizioso: più mi sento libera, più accelero e più mi sento disposta ad essere incosciente a rischiare sulle curve, ad essere più aggressiva nei cambi di pendenza o sui muri.

A volte, affiora un barlume di obiettiva preoccupazione, ma dura giusto l’attimo di chiedermi: “Mi sto divertendo?” e l’eco del mio urlo affermativo si perde nella scia di una curva.

 

Written by Fra, Images by Fra&Nik | Tutti i diritti sono riservati

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Francesca, Sportblooger e Maratoneta che corre nella vita di tutti i giorni, per sport, ma soprattutto per assaporare ogni attimo di vita. Run A Life è il personalissimo percorso per celebrare ciò che c’è ed esiste per ignorare tutto quello che sembra mancare. La Vita è una corsa, la corsa è la Vita. Uno spazio per condividere avventure sportive, libri, video e personaggi che lasciano un segno ma anche i viaggi intrapresi per lavoro o per il semplice piacere di correre per le strade del mondo.