#Backtome - Ho imparato... - Francesca Tognoni
  • #Backtome – Ho imparato…

    Apr 11th • Posted in Run A Life

    Non lo nego, nelle prime settimane mi sono sentita come un leone in gabbia al quale qualcuno tenta di fare i grattini e dirgli che andrà tutto bene. Sono stata la peggior copia di me stessa. Me ne vergogno. Mi aggiravo per casa come una belva ferita ed inferocita con il mondo.

    Poi, la malattia si è fatta più vicina di quanto credessi. Una amica si è ammalata, la malattia si è presa una persona a me tanto cara, un pilastro della mia storia. Se ne è andato e non sono riuscita a piangere per lui, così come per la povera nonna ultraottantenne che ha scelto un brutto momento per spegnersi e se ne è andata da sola anche lei senza capire, forse, il perché di tanta solitudine. Mi sono sentita arida, vuota.

    Sono passata dal minimizzare una minaccia incombente “È un’influenza più forte delle altre.” a rimanere chiusa in casa senza neanche potermene rendere conto. Mi sono chiusa in una bolla, lontano dall’umanità, lontano da chi lotta e soffre. Mi sono chiusa in me stessa concentrandomi solo su cosa stessi perdendo. Le mie passeggiate, le mie corse, le mie chiacchiere con la mamma, la mia voglia di rendere unica questa maternità che di unico, rinchiusi in casa, mi sembrava non avere proprio niente.

     

    Ho ringhiato, urlato, sbattuto porte, borbottato, mi sono lamentata ed annoiata. Insomma, mi sono accorta di quanto sia brutto, a volte, avere un carattere come il mio.

    Non so di preciso cosa sia successo e neanche quando sia successo, ma adesso che scrivo seduta sul letto mentre tutti gli altri dormono mi accorgo di aver sprecato solo tempo ed energie.

    Questo tempo sospeso ci ha regalato cose che ci ricorderemo per sempre e che non avremmo mai potuto vivere se avessimo continuato il normale turbinio delle nostre vite “normali”.

    Ho misurato lo spazio di una casa che abbiamo sempre vissuto troppo poco, sempre protesi all’esterno per lavorare, correre o esplorare nuove vie, ristoranti, città. Luoghi altri, non nostri. Ne ho apprezzato le dimensioni, le geometrie, l’isolamento e lo sfogo ampio su un balcone malconcio, ma luminoso. Ho imparato a riconoscere le abitudini dei condomini, a captarne gli umori, a sorridere alla loro musica e maledire la tendenza a fare chiasso quando Matteo è in procinto di riposare.

    Ho imparato a capire meglio le lune di Matteo, a capirne le espressioni ed intercettare i suoi bisogni anche se lui si diverte, comunque, a sparigliare le carte in tavola ogni giorno. Ho imparato che esistono risorse inaspettate di pazienza anche quando credi di averle esaurite e che ti devi appellare sempre e solo ad un unico grande esempio pre-maternità: la maratona. Nessuna mattana può essere più tosta della crisi al trentaseiesimo chilometro. Se si affronta quello, c’è una soluzione per tutto a patto di rimanere lucidi e non sbarellare.

    Ho imparato che una buona ricetta cucinata per tirar su il morale un po’ mogio anche se condiviso in un unico piatto, un po’ di fretta e in modo spartano, può non essere la cena apparecchiata e perfetta di prima, ma rimane pur sempre un momento di estrema intimità. Ho letto una frase, a tal proposito, che ho amato e fatto mia: “Baricentri domestici più intimi e più saldi, ho imparato a vivere la casa ad accorgermi di avere troppo e non volerne più, forse.”

    Ho imparato che la dignità e l’amore di sé passano anche solo da una doccia, i capelli slegati ed un vestito colorato. Pochi elementi in grado di risollevare l’umore meglio dell’eterna tuta che finisci per confondere con il pigiama e viceversa. Se non eri un’amante della tuta prima, non puoi diventarne un estimato intenditore solo per questa occasione.

    Ho imparato che lo sport è un antidoto, un’arma contro l’inedia, la noia e perché no anche le paure più radicate, ma se sfiora il ridicolo è una mera ossessione. Anche in questo caso, ho borbottato parecchio, ho messo il broncio, all’inizio, ma poi ho ascoltato il mio corpo e mi sono dedicata solo a ciò che fosse in grado di strapparmi un sorriso e farmi stare bene con me stessa. Niente salti sul divano, ne corse lungo il corridoio, ma qualche salto, tanti esercizi e perché no anche un po’ di walking stile anni ’80, ma senza gli scalda muscoli.

     

     

    Ho capito che la lucidità dei pavimenti è una chimera irraggiungibile e la perfezione estetica della pulizia non riesce a sedare alcuna ansi, anzi, all’indomani, quando è tutto di nuovo sporco ed impolverato le ansie non fanno altro che aumentare. Meglio sedersi in compagnia di un buon libro, un film, i propri pensieri, persino una pianta da curare o un bagaglio di fantasia per intrattenere un bimbo di sette mesi e godersi appieno i suoi progressi e i suoi sorrisi.

    Mi sconvolge provare ad immaginare la nostra vita dopo. Quale sguardo avremo verso il prossimo? Quale socialità? Quali viaggi? Quale lavoro ci attenderà? Come finirà la mia maternità? Quando potrò riabbracciare i miei genitori? E Matteo? Come vivrà? Andrà all’asilo? Ho imparato che nessuno ha risposte certe e che, forse, è davvero il caso di adottare un atteggiamento che può sembrare banale, ma l’unico in grado di supportarci in questa situazione: affrontiamo ogni giorno come un singolo pezzetto di vita. Come nella maratona, un chilometro dopo l’altro, ogni chilometro simile a quello precedente eppure maledettamente diverso grazie a lui, ma soprattutto grazie al nostro modo di affrontarlo.

    Ho osservato i miei inquilini, li ammiro per avermi sopportato nei momenti di poca lucidità, li amo per avermi ammansito e avermi lasciato lo spazio per riconnettermi con me stessa e con il mondo.

    Ed è solo così che mattina dopo mattina, al risveglio, mentre fuori rimbomba il suono metallico dei carrelli dell’Esselunga sui sanpietrini mossi dalla gente in coda sempre più presto, mi sveglio, approvo lo strappo alla regola di portare Matteo nel lettone e capisco cosa significhi “star bene in una stanza”.

    Ho lottato per tutto questo, lo dico senza retorica, ma è stato tremendamente stupido sprecare tempo. Scusate, ho da fare.

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