#Backtome - L'origine - Francesca Tognoni
  • #Backtome – L’origine

    Mar 02nd • Posted in Run A Life

    Il percorso di #Backtome ha un’origine ben precisa. Nasce da un preciso episodio che ho impiegato molto tempo a mettere a fuoco e, forse, solo le ultime letture in cui mi sono imbattuta mi hanno dato il vero coraggio per definirne i confini e parlarne apertamente.

    In realtà, sono fiera di essermi dedicata al #Backtome e non ai soliti e più blasonati #Backinshape o #Backintomysize e simili. #Backtome esprime al meglio la poliedricità di un percorso che non si esaurisce nella riappropriazione della propria taglia, ma si espande alla coltivazione di ogni aspetto che concorre alla creazione di una persona a tutto tondo, in equilibrio.

    Ma facciamo un passo indietro, così potete capire meglio. Ripensando a quel preciso episodio, non ho potuto fare a meno di notare come la vita, a volte, si diverta ad essere ciclica. Quasi a voler testare la tua attenzione, il tuo grado di maturazione. Così, eccoli qui due episodi simili, distanti venticinque anni, accomunati dalla stessa protagonista, ma differenti nell’esito e nello spirito. Sono curiosa di sapere cosa ne pensiate.

    Gennaio 1998 – Liceo Scientifico – Classe terza – Ora di matematica

    È metà gennaio. Fuori imperversa l’inverno, mentre in aula le temperature si fanno tropicali a causa del calore umano di 26 studenti intenti a seguire la lezione di matematica. È la terza ora, quella che precede l’intervallo per cui l’attenzione fatica a tenere il passo con la spiegazione del professore che, indispettito dal fruscio, accelera il ritmo della sua voce alla lavagna continuando a voltarsi nervosamente verso di noi. Sono parte integrante del fruscio che proviene dall’ultima fila. Da persona socievole non potrei fare diversamente! In aula, il caldo per me diventa insostenibile. Indosso un maglione pesante ereditato da mio fratello. È un maglione che adoro, lo invidiavo a mio fratello e, per una volta, non vedevo l’ora di farlo mio. Ad un certo punto, decido di toglierlo e rimanere in maniche corte. Il compagno alla mia sinistra si volta verso di me, osserva il mio bicipite, cerca di misurarne la circonferenza disegnando un semicerchio con pollici ed indici per poi affermare soddisfatto: “Certo che sei davvero grassa!”
    Il compagno alla sua sinistra, testimone silente della scena, scoppia a ridere. La professoressa ci riprende e ognuno ripiomba nella lezione avvolto nei suoi pensieri.

    Ottobre 2019 – Sesto San Giovanni – Studio Pediatra per visita sospetto reflusso Matteo Augusto

    Dottore: “Il bambino quando è dove è nato?”
    Io: “È nato a Milano il 27 agosto”
    Dottore: “Lei quando e dove è nata?”
    Io: “A Castellanza il 4 maggio 1981”
    Dottore: “Il papà quando e dove è nato?”
    Io: A Milano il 13 aprile 1978”
    Dottore: “Quanto pesava Matteo quando è nato?”
    Io: “3480 grammi”
    Dottore: “Lei ha messo su tanti chili in gravidanza?”
    Io, con non poca esitazione ed incertezza sulla pertinenza della domanda, rispondo: “Quasi 18”
    Dottore: “Eh si, si vede ancora…”
    Silenzio. Il dottore finisce di compilare il suo modulo e poi passa a visitare il bambino.

    La percepite la somiglianza? Per fortuna il tempo trascorso mi ha cambiata.

    Nel 1998, avevo 17 anni. Ero fragile e ancora convinta che il mio valore potesse essere strettamente collegato con il parere delle persone che frequentavo. Io non stavo bene nel mio corpo robusto e tornito, eppure non ero stata capace di fare niente. Ero animata da un naturale senso di inadeguatezza che mi accompagnava ormai da qualche anno, ma non l’avevo mai affrontato seriamente. Poi quelle parole aspre e schiette mi hanno scosso. Ricordo il dolore estremo che mi provocò quella frase. Qualche giorno dopo, ho subito intrapreso un percorso con un dietologo professionista. Il percorso è stato un successo fisico, mentale e psicologico. In poco tempo, infatti, ho acquisito il controllo di quello che mangiavo ed il nesso di causa/effetto di ogni mia scelta culinaria. Avere il controllo del mio corpo, del suo peso e della sua forma, sembrava darmi il controllo su tutto il resto. In quell’anno, l’autostima acquisita ha influenzato i miei voti a scuola e rinvigorito la mia naturale attitudine alla vita sociale attenuando il senso di inadeguatezza che prova una ragazza costantemente protesa a paragonare la sua forma reale con l’ideale sociale. Poi ho preso una deriva personale eccessiva e, per anni, ho lottato nella mia mente e nella mia quotidianità con i postumi dell’anoressia e della bulimia. Anche in quel caso, non mi sono mai accorta di nulla ed è stato lo sguardo altrui a scuotermi e farmi accorgere della gravità della situazione. In realtà, solo il tempo e l’amore incondizionato della famiglia e di mio marito sono riusciti, negli anni, a farmi attenuare la visione distorta che avevo del mio corpo. A farmi accettare le sue forme, i suoi possibili difetti e glorificare la sua forza, la sua capacità di plasmarsi agli allenamenti o alle sfide che ho sempre deciso di affrontare. L’inadeguatezza è stata per anni la mia migliore compagna fin tanto che, nello sport e nell’equilibrio, sono riuscita a ridimensionarla e a cominciare ad amarmi per quella che sono. Nel bene e nel male, certi giorni con più convinzione di altri, ma sempre su un percorso positivo.

    Nel 2019, ho 38 anni, ho partorito un bellissimo bambino da circa 2 mesi. Un bambino desiderato per 5 lunghi anni. Anni passati tra studi medici e cure ormonali alla ricerca di una causa che solo un medico illuminato è riuscito ad identificare e debellare per permettermi di riuscire ad avere un figlio naturalmente. Ho avuto una bella gravidanza anche se completamente priva di sport proprio per la sua natura inaspettata. Una gravidanza che mi ha connesso profondamente con il mio corpo al quale sono stata grata per ogni singolo chilo acquisito, per ogni singolo mese passato e ogni singolo momento magico speso ad immaginare il viso di Matteo. Una gravidanza che mi ha lasciato 10 chili in più rispetto al peso di partenza, ma durante la quale, lo confesso, ho fatto ben poche rinunce. Le parole sgradevoli e a dir poco inopportune di quel dottore, è inevitabile, mi hanno ferita. Ho riscontrato una grande forma di ignoranza, nel senso stretto della parola perché lui, ignorando e non volendo approfondire i retroscena, non si è astenuto dall’esprimere un giudizio.

    Sì, perché solo a distanza di mesi e grazie alla lettura di Manuale per ragazze rivoluzionarie scritto da Giulia Blasi, mi sono resa conto che la “sfortunata battuta” di quel dottore non è stato altro che un commento mascherato da falsa preoccupazione, in quanto lui non poteva avere un quadro clinico completo della mia condizione, un giudizio morale nei confronti della mia scelta di vivere la gravidanza in pieno relax, una forma di disgusto per un corpo non conforme all’ideale o alle tabelle di crescita stilate da qualche ente per aumentare il senso di frustrazione delle donne.

    Ok, non pensiate che io sia una povera pazza che ha vissuto la gravidanza con leggerezza. Sono stata anch’io monitorata da un dottore che, però, considerando il mio stato di salute generale e, esiti di esami alla mano, ha preferito lasciarmi carta bianca piuttosto che darmi un ulteriore stress sui grammi e i chili che stavo prendendo. Si tratta di parlare con cognizione di causa, in un contesto adeguato e con modi che non celino nient’altro che preoccupazione medica. Perché poi, vogliamo ammetterlo? Il corpo è mio e se io scelgo, consapevolmente, di dedicare le mie energie a godermi ogni singolo momento rimandando, di qualche mese, anno o era geologica, la cura spasmodica delle calorie, dei chili e dei grammi, nei limiti della mia salute, sono fatti miei.

    In quei due precisi episodi, riprendendo il ragionamento della scrittrice, la figura maschile si è sentita in dovere di fornire la sua totale disapprovazione, incuranti del fatto che nessuno gliela avesse chiesta. Per me rimane più grave il secondo episodio, anche se il primo mi ha causato delle conseguenze durate anni, perché il dottore, infatti, dovrebbe essere una persona più propensa a considerare le diverse sfaccettature di un argomento così delicato, mentre la cattiveria giovanile può essere inconsapevole dei reali effetti domino.

    Dopo aver messo in chiaro l’intera situazione, aver compreso appieno il senso di disagio che l’episodio di Sesto San Giovanni mi aveva causato non tanto nell’intimo della mia persona, ma nel contesto socioculturale in cui vivo, il percorso di #Backtome mi è sembrato ancora più calzante.

    Il corpo è mio. Il corpo è solo la forma di una persona che, in realtà, vive e si nutre di molte altre cose, per fortuna! #Backtome è l’intenzione di dedicarsi, con attenzione, amore e dedizione, alla persona che sono, agli interessi che ho sempre avuto e che non ho nessuna intenzione di abbandonare solo perché ora nella mia vita c’è un pargoletto che cresce al mio fianco. Anzi! Se, nel percorso di #Backtome, decido di dedicare parte del mio tempo e delle mie energie a tornare in forma non è per far coincidere la mia forma fisica ad un’ideale sociale irraggiungibile. Se io decido di attivarmi è, in primis, per la mia salute psicofisica, per dimostrare a me stessa che la mia vita attuale non si esaurisce nel desiderio avverato, che la mia figura non si consuma solo nell’essere madre e, infine, che la vita potrà essere cambiata, ma che l’amore per sé stessi è imprescindibile ed estremamente necessario per essere una persona in equilibrio capace di prendersi cura di un’altra vita. E poi, vogliamo parlare della mole di vestiti nel mio guardaroba che non vedo l’ora di rimettere!

    #Backtome – Lo faccio per me e non perché devo.

    Avendo messo su qualche chilo in più significa che farò più fatica? Può darsi, ma anche in questo caso è un problema del quale mi sono assunta ogni responsabilità e che, nel percorso, richiederà solo più dedizione e determinazione. Pane per i miei denti.

    Inoltre, riprendendo di nuovo Giulia Blasi, “il nostro corpo non deve essere un giardino pubblico che dobbiamo tenere falciato per il godimento di tutti” ma deve essere chiaro che appartiene solo a noi.

    Sono passati mesi, ma non possono fare a meno di pensare….ma se quel pediatra al mio posto avesse avuto davanti qualcuno di più sprovveduto? Qualcuno di più fragile? Qualcuno di più sensibile all’argomento? Pensate abbia estremizzato l’episodio del pediatra influenzata dagli effluvi degli ormoni impazziti dal parto? No, il tono era aggressivo al punto che anche un uomo rigido, come mio marito, ne è rimasto risentito, scioccato e senza parole.

    È vero, al momento non ho reagito. Al momento, mi sono concentrata a verificare che un pediatra potesse alleviare la sofferenza di mio figlio incapace di digerire qualsiasi tipo di latte. Curiosi? No, la visita non è valsa la pena neanche da quel punto di vista.

    Ora mi concentro sul mio percorso di #Backtome arricchita dalla maggiore consapevolezza del mio valore intrinseco e dei tranelli socioculturali che mi circondano. #Backtome: ogni passo per essere più forte, ogni passo per essere ancora più me stessa!

    Ps. Il libro Manuale per ragazze rivoluzionarie è, in realtà, un libro molto interessante che tratta in modo esaustivo il femminismo della società patriarcale. Meglio dedicargli un post a parte! Merita davvero!