Allenamenti in Pista | Allena, Ama e…Scioglie

Allenamenti in Pista | Allena, Ama e…Scioglie

La settimana scorsa, dopo il consueto allenamento tecnico in pista del mercoledì, mi sono fermata a godermi la luce di una serata primaverile. La pista era completamente vuota, fiera della sua estensione, del suo carattere audace, sempre sfidante, mai accomodante. Se la corsa è democratica, la pista è realista. La pista non nasconde niente, non ha nessun angolo remoto, per cui ti sbatte in faccia la realtà: chi sei, chi potresti diventare se lo veramente lo vuoi e chi non sei. 400 metri che possono passare in un attimo, così come sanno toglierti il fiato di una vita intera.

Mi sono fermata incantata dalla luce, dalla sua bellezza e, per la prima volta, l’ho guardata senza timore, ma con doverosa riconoscenza. Il nostro feeling iniziale è risaputo: troppo pretenziosa lei, troppo prevenuta e spaventata io, attriti, incredulità ed incertezza. Tutte sensazioni che settimana scorsa ho percepito lontane, ormai prive di fondamento. Mercoledì scorso, io mi sono affidata e lei mi accolto con un allenamento entusiasmante che ha rinnovato il mio amore per la corsa, ma soprattutto ha inaspettatamente sciolto tutti i grovigli del corpo.

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Dalla gara della Stramilano, infatti, il mio polpaccio destro ha deciso di fare le bizze in cambio di attenzioni speciali, quasi chiedesse un riscatto per poter sopportare il carico di chilometri fatti e quelli in programma. Non avevo più un polpaccio, ma un aguzzino: ad ogni passo tirava facendo sentire prepotentemente la sua presenza, ogni posizione sulla sedia doveva soddisfare un suo desiderio e le scale stavano per diventare un tabù. Non posso descrivere la mia preoccupazione che si è aggravata dopo l’allenamento di martedì: 8 chilometri di corsa lenta in preda alla morsa di una contrazione che dalla parte centrale del polpaccio si estendeva verso il tallone, sollecitando il tendine, ma anche verso l’attaccatura del quadricipite. Un disastro costellato da continue soste, arranchi e massaggi improvvisati.

Mercoledì sera mi sono presentata al campo un po’ intimorita. Non so quante volte avevo scaldato la benda termica durante la notte e in ufficio, ma il polpaccio aveva ancora voce da sprecare ad ogni passo. Il programma prevedeva salite da 100 e 200 metri, ma il coach ha capito immediatamente che non era il caso e mentre mi preparavo ha escogitato un piano B: 8 volte i 400 metri con recupero di 2 minuti da fermi.

Ricordo di aver pensato: “O la va o la spacca, cioè mi spacco!”

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Con il coach rigorosamente alla mia destra ho iniziato a correre concentrata per portare in alto il peso, sollevare il più possibile le gambe, sfruttare ancora di più i piedi, aprire la falcata e pesare il meno possibile sulle gambe. Il primo giro ci scappa quasi un rimprovero: “Hai tirato troppo! Non ti sei accorta che cercavo di stare indietro?” Io che sorpasso il coach non si è mai visto! Credevo fosse il rito d’iniziazione del primo giro dove sfogo le fatiche e le frustrazioni della giornata, invece, giro dopo giro i tempi hanno continuato ad essere stabili.

Al terzo recupero, mi sono accorta che mi tremavano le gambe. Ho fatto qualche secondo di stretching celando il mio stupore e cercando di rassicurarmi “Tutto normale Francesca, non temere, continua a sollevare le gambe!”

Mi sembrava di volare i primi 100 metri, correre veloce verso il traguardo dei 200, arrancare improvvisamente verso i 300 metri e riprendere il volo gli ultimi 100. Ad ogni giro il polpaccio sembrava farsi sentire meno così come i pensieri e le paure sembravano dissolversi nell’aria come un palloncino che persa la presa cerca il suo destino nell’immensità del cielo.

Sulla pista, ad ogni giro, c’ero solo io, la mia andatura fiera ed il coach che dettava il ritmo. Il resto del mondo per me era distante anni luce. Io mi stavo divertendo. Io mi stavo divertendo affaticando il fiato, i muscoli e sfidando la contrattura del mio polpaccio. Io stavo amando quello che facevo. Io mi sentivo libera da ogni cosa.

Quando ho finito il lavoro di qualità e mi sono cambiata il polpaccio aveva tutta un’altra consistenza, non doleva più ad ogni passo, sembrava che si fosse divertito anche lui come un pazzo condividendo il mio amore e approvando implicitamente la scelta di aumentare il carico di chilometri.

Mi sono fermata a sorridere alla pista, maestra di vita che insegna la fatica, districa i grovigli, regala emozioni che solcano il viso di lacrime e fa volare in alto i nostri sogni.

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Francesca, Sportblooger e Maratoneta che corre nella vita di tutti i giorni, per sport, ma soprattutto per assaporare ogni attimo di vita. Run A Life è il personalissimo percorso per celebrare ciò che c’è ed esiste per ignorare tutto quello che sembra mancare. La Vita è una corsa, la corsa è la Vita. Uno spazio per condividere avventure sportive, libri, video e personaggi che lasciano un segno ma anche i viaggi intrapresi per lavoro o per il semplice piacere di correre per le strade del mondo.